LA POZIONE DI CAFFÈ

Colla scorta dei Veridici Scrittori, e dei Viaggiatori valenti, e coll’esame, e pratica, ne dirò quanto conviene in rapporto al suo tutto, e in rapporto all’uso in varie pozioni, per così piacere, e soddisfare non solo il genio, ma pur l’umana volubilità

Vincenzo Corrado

Detta così sembra una pozione magica. E chissà che non abbiano accostato il caffè a qualcosa di simile gli studiosi e poi i mercanti europei, quando conobbero la pianta araba e la bevanda che dalle sue bacche si ricavava. Per i turchi favoriva l’appetito, per gli arabi, invece, lo toglieva, per tutti dava forza e vigore: in quegli anni nello Yemen accadde che un pastore al servizio del monaci maroniti di Chehonet si accorgesse dello stato di agitazione in cui entravano le capre, dopo aver brucato delle bacche da un cespuglio. Così le raccolse per sottoporle ai monaci, i quali, derubricando la faccenda a qualcosa di diabolico, le gettarono nel fuoco. Tostate, però, queste bacche iniziarono a emanare un aroma talmente piacevole, da indurre i religiosi a recuperarle per poi immergerle in acqua calda. Nacque così l’infuso che ancora oggi si chiama kawa, un nome che non lo discosta molto dal corrispettivo arcaico del vino, kahwa, perché entrambi ritenuti eccitanti. Nel 1671 il primo trattato di storia del caffè, opera di Antonio Fausti Naironi, titolava De saluberrima potione, con chiaro riferimento alle proprietà curative del caffè. Persino Allah offrì a Maometto, tramite l’arcangelo Gabriele, una bevanda nera come la Kaaba, la pietra sacra della Mecca, affinché diventasse instancabile, mentre sembra che in Egitto alla fine del 1600 dalla pianta di caffè coltivata nel podere del turco Haly-Bey si ricavasse il caova, che bevevano al posto del vino, dato il divieto del Corano di consumare bevande alcoliche, e vendevano nelle taverne pubbliche.

La commercializzazione europea sembra sia diventata di larga scala fin dal secondo decennio del 1600, quando i grandi porti di Anversa, Venezia, Londra si aprivano al mondo orientale come al Nuovo Mondo, scoprendo con essi il mais, la patata, il the, e lo stesso caffè di cui, quasi fin da subito Napoli divenne la città consumatrice per antonomasia, grazie anche ai rapporti privilegiati con la Serenissima. Tuttavia l’introduzione del caffè in Italia non è stata di repentina accettazione, considerata sulle prime dai cattolici la bevanda del diavolo. Fu Clemente VIII poi a legittimarla ufficialmente. Sembra che il Pontefice, alle pressioni dei suoi consiglieri che condannavano il caffè per condannare il mondo arabo, abbia risposto: “Questa bevanda del diavolo è così buona … che dovremmo cercare di ingannarlo e battezzarlo”. Iniziarono così a fiorire i primi caffè a Venezia sul modello di quelli turchi e a moltiplicarsi, perché molto apprezzati da artisti, diplomatici, intellettuali, nullafacenti, che consumavano in questi luoghi le proprie dispute e pianificavano grandi progetti politici. A metà del Settecento le caffetterie sono una realtà consolidata anche a Napoli e l’espresso diventa di largo consumo, parte ormai strutturale della gastronomia partenopea, insieme alla musica melodica, al lotto, alla pizza, benché quest’ultima non fosse ancora ritenuta una ricetta da cucina. caffè-mani-chicchi 620x411

Fu scritto di conseguenza il primo trattato italiano sul caffè, ad opera del maggiore esperto del tempo di gastronomia napoletana, Vincenzo Corrado. Nel 1773 il suo Credenziere del buon gusto giustifica la scelta di trattare del caffè con le seguenti parole: «Il Trattato del Caffè è in oggi una necessità, poiché in tutti i giorni, ed in tutte le ore, la Pozione di Caffè da tutte le persone e per ogni parte del mondo si beve».

Noi questa storia vogliamo raccontarvela, mentre gustate un buon espresso italiano, quello di Incaffè: dai chicchi rossastri e verdi delle piante arabe, alle prime moka e relative soluzioni artistiche, come la caffettiera Alessi di Riccardo Dalisi, agli incontri illustri nelle caffetterie storiche, ai bar contemporanei, agli usi possibili e immaginabili che tuttora si possono fare del caffè, dei chicchi, della posa, delle stesse cialde.

Giorno per giorno vogliamo accompagnare il vostro relax con il nostro racconto, recuperare la memoria del caffè, mentre sorseggiate i prodotti Incaffè. E tenerci così compagnia vicendevolmente, perché anche di caffè è fatta la Storia. Parola di Incaffè.

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